Sappiamo ciò che siamo, ma non ciò che possiamo essere

Essere Umani

SAPPIAMO CIÒ CHE SIAMO MA NON CIÒ CHE POTREMMO ESSERE

Sappiamo davvero cosa siamo? Siamo quello che pensiamo di essere?

“Sappiamo ciò che siamo, ma non ciò che possiamo essere”

– W. Shakespeare

Ho letto e riletto questa affermazione e mi soffermo a dividerla nelle sue due parti che la compongono, con la consapevolezza che, così com’è, è completamente fuori contesto. Sappiamo davvero cosa siamo? Siamo quello che pensiamo di essere? Oppure abbiamo un’immagine distorta della realtà della nostra realtà? Non è solo una semplice domanda filosofica che può guidarci a una risposta specifica.

Ricordiamo sicuramente la domanda che, potremmo affermare, è stata tatuata nell'”essere umano” come se già arrivasse compresa nel magnifico pacchetto dell’esistenza: CHI SONO IO? (leggi QUI l’articolo sulla ricerca del proprio sé)

Shakespeare sapeva chi era? Forse sapeva COSA fosse, o almeno una parte di quello che era, o pensava di essere. Ci sono storie, alcune contraddittorie e altre che potrebbero completarsi a vicenda, ma in realtà nessuno potrebbe mai spiegare veramente chi fosse esattamente Shakespeare, nemmeno Shakespeare in persona avrebbe saputo spiegarlo, nello stesso modo in cui noi non sappiamo chi siamo, ma comunque abbiamo il coraggio e la presunzione non solo di definire noi stessi ma addirittura gli altri, stupidamente convinti di avere tutte le risposte.

Shakespeare era uno scrittore. Era uno scrittore o scrivere era quello che faceva? “Essere uno scrittore” ti definisce completamente? Sono un banchiere? O lavoro in una banca?

Tuttavia, considerato il contesto in cui Shakespeare afferma “Sappiamo ciò che siamo, ma non ciò che possiamo essere”: saremmo in grado di capire perfettamente il significato preciso e completo che l’autore, o il personaggio, voleva esprimere?

“Tutti ti valutano per quello che appari. Pochi comprendono quel che tu sei.”

– Niccolò Macchiavelli
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Essere veramente Umani

Prima di iniziare l’analisi, ci troviamo di fronte a un dilemma. A chi si attribuisce la paternità di quelle parole? All’autore o al personaggio?

Nell’atto 4, scena 5 di Amleto, è Ofelia che esterna quell’affermazione in un momento critico della sua stabilità mentale, influenzata dai rapporti con gli altri personaggi, fatto che ci riconduce al genio della mente dell’autore che suscita in noi una raffica torrenziale di domande.

Niente è assoluto nei suoi testi.

Tutto è relativo, esattamente come la realtà di qualsiasi essere umano. Sulla carta sono solo parole che modificano – e si modificano – di significato in base a tutto ciò che circonda fisicamente, e non solo, il soggetto che formula questa affermazione, considerando che il personaggio subisce gli influssi di un preciso momento storico – esattamente come l’autore quando ha scritto il testo- il personaggio utilizza un’intonazione che completa e modifica ulteriormente il significato – così come l’autore quando l’ha immaginato – ecc, ecc, ecc. Possiamo leggere il lavoro mille volte e trovare altrettanti dettagli diversi, a seconda del momento in cui lo leggiamo.

Possiamo vedere migliaia di rappresentazioni del testo in infinite commedie, con migliaia di attori diversi che cercheranno di interpretare al meglio la mente e lo spirito degli stessi personaggi, notte dopo notte, senza eguagliare altre rappresentazioni e senza nemmeno eguagliare sé stessi funzione dopo funzione. Ogni interpretazione, rappresentata o immaginata, non sarà più la stessa, sarà unica.

Ma, come persone, siamo attratti dall’idea di decontestualizzare noi stessi, per poi decontestualizzare le cose che ci circondano, per poi poterle finalmente definire. Vogliamo credere di sapere, vogliamo sapere di essere, vogliamo che tutto abbia un significato. Ma non per niente sto usando la parola “persona” che etimologicamente deriva dal verbo latino “personare” formato da “per” = attraverso, e “sonare” = risuonare: parlare attraverso (la maschera che gli attori usavano in scena). Inoltre, in etrusco la parola “φersuna” indica il volto dell’individuo e la maschera del personaggio rappresentato dall’attore.

Oltre ad essere umani, in un contesto sociale, siamo persone. Se ci pensiamo bene, siamo diversi a seconda del momento storico e delle persone con le quali interagiamo, siamo diversi a seconda di ciò che leggiamo, di ciò che ignoriamo, ecc, ecc, ecc. Tutto ci modifica. Siamo attori che interpretano ruoli diversi in ogni momento della giornata. Filtriamo alcune cose, intensificandone altre, per venderci pubblicamente nel migliore dei modi. Ma quando siamo soli, nudi di ogni finzione: sappiamo chi siamo? o siamo talmente tanto confusi da tutte le maschere che indossiamo che finiamo per definirci secondo il limbo immaginario che siamo abituati ad adottare come realtà?

Non sappiamo chi siamo e non sappiamo cosa potremmo essere e in questa seconda parte c’è ciò che è veramente stimolante e, allo stesso tempo, terrificante: non sappiamo cosa c’è oltre, nell’ADAMAH. La ricerca però è evoluzione ed è più che positivo sapere che mezzo bicchiere è pieno della possibilità di quello che potremmo essere, perché possiamo essere sempre migliori.


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