PERCHÉ SI DIVENTA “VEGANI”?

“Sì, la vita è troppo dura per continuare a nutrirsi di crudeltà e violenza. Il cambiamento parte da noi stessi”

-Discover Adamah

Non manca quel pranzo di lavoro, quella riunione di famiglia o di amici in cui la questione del veganismo non venga a galla.  Soprattutto se ci si trova al ristorante e arriva il fatidico momento dell’ordinazione e l’unica opzione è il contorno di patate, una porzione di riso, o una semplice un’insalata: un’immagine che lascia molto a desiderare a fronte di un’alimentazione sana che, a sua volta, innesca una raffica di domande, commenti, consigli medici di laureati in giurisprudenza e condivisioni non richieste di esperienze personali di ciascuno dei commensali.

Ed è proprio a questo punto che fa capolino quel famigerato commento che non riesce mai ad essere coerente in nessuna circostanza di una società composta da più esseri umani che persone, ed è su quel commento che mi baso per raccontarvi l’odissea del vegano, o della maggioranza dei vegani: “La vita è troppo dura per lasciar andare qualcosa che mi dà piacere“.

Mi vengono in mente due papabili risposte da parte del vegano:

  1. “Ben detto! Signori è stato un piacere. Buon appetito e alla prossima!” Mentre si alza dalla sedia con ancora in mano il suo pugno di riso e le sue patate.
  2. Oppure si accomoda al tavolo ed inizia a scrivere questo articolo per spiegare alcuni di quei “perché” del vegano.

Tutto comincia qui.

Quasi nessuno di noi ha avuto la fortuna di crescere in una famiglia che si alimentasse solo di cibi di origine vegetale. Anzi, la maggior parte di noi ha avuto un’infanzia con una dieta considerata, fino a un paio di anni fa, “normale”.

Il che significa che il vegano ha subito diverse trasformazioni dalla sua nascita al momento in cui, al ristorante, ha ordinato quel pugno di riso con quelle miserabili e tristi patate che hanno causato quell’incontenibile preoccupazione da parte di tutti i suoi compagni, riguardante la sua alimentazione e la sua salute.

Tutte quelle trasformazioni sono il frutto di un’umanità intensa, di una coscienza coerente e di un bisogno dell’anima di una pace che non sia solo utopica.
Il vegano, quando era onnivoro, si era abituato a vedere i filetti avvolti nel nylon, il salmone nel ghiaccio, le lingue giganti in scatole di plastica esposte all’acquirente di turno come prodotti del macellaio o del supermercato.

Ma questa indifferenza si è protratta fino a quando è cresciuto tanto quanto basta affinché la sua umanità toccasse il suo cuore, ovvero quando ha imparato a mettere in relazione il prodotto che portava alla bocca, con il processo di produzione dello stesso. Lì si soffermò ad osservare la crudeltà di quel processo, che mai potrà essere giustificata dalla coscienza di un essere umano che possiede un briciolo di empatia.

Poi la sua innocenza fu profondamente ferita dal non aver pensato prima che ciò che stava consumando, avvolto nel nylon o in una lattina, non solo fosse il prodotto di una violenza a lui estranea, ma che lui stesso, avvolto da un fitto strato di ignoranza, fosse complice di tutto questo.

A questo punto si è arrabbiato con sé stesso e con le persone che lo hanno educato a ignorare e ha usato la rabbia per cercare uno stile di vita alternativo.

Ha messo in discussione sé stesso, gli altri e si è informato tramite gli innumerevoli mezzi d’informazione che la globalizzazione ha messo a disposizione dagli ultimi anni a questa parte.

Si mise alla prova e usò sé stesso come esperimento, perché non solo la sua natura, ma la natura in generale, stava gridando a gran voce il desiderio di una vita che avrebbe tenuto la parola “pace” lontana da quel rapporto tossico con la parola “utopico”.


Lentamente, ha cambiato le abitudini delle sue papille gustative, facendo loro accettare quell’istinto perduto e ritrovato di godere dei sapori di frutta e verdura cruda e, allo stesso tempo, come conseguenza inevitabile, far sì che anche l’olfatto respingesse l’odore di sofferenza condita e affumicata.
Così, con disinteressata dedizione, l’onnivoro divenne vegetariano.
Un’etichetta che poco interessa allo stesso vegetariano, ma che fa risparmiare tempo a sé stesso e al cameriere quando si tratta di dover ascoltare il menù del giorno.

Ora che i suoi sensi si sono allargati a nuovi orizzonti, lo è anche la sua coscienza e se è arrivato così lontano, non dovrebbe esserci altra direzione che in avanti.
Poi, nella sua costante auto-educazione, scopre che la violenza e la crudeltà che tanto respinge con la sua anima, non si limitano solo al piatto e ai sensi del gusto e dell’olfatto, ma la sua curiosità lo porta a porre e a porsi domande che iniziano per sopraffarlo completamente.
Si rende conto che la sua routine di igiene e cura personale è contaminata da quella stessa violenza, che la sua pelle si riveste di violenza, che i suoi piedi camminano sulla violenza e che anche i suoi residui corporei fanno parte di un attentato alla vita in TUTTE LE SUE FORME.
Esatto.
Il cane si morde la coda.
Così il vegetariano diventa vegano. Un altro aggettivo inutile ma che riassume in una sola parola “l’amore per la vita, la ricerca insaziabile per eliminare la violenza e trovare finalmente la Pace con noi stessi e con tutto ciò che ci circonda”.
Sì, la vita è troppo dura per continuare a nutrirsi di crudeltà e violenza. Il cambiamento parte da noi stessi. Dobbiamo ricordare che non ci sono più scuse per giustificare l’ignoranza di una cultura sociale, quando l’evoluzione della coscienza è imminente.



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