L’ILLUSIONE OTTICA DELLA REALTÀ

CIÒ CHE VEDIAMO È LA REALTÀ O UNA SUA DEFORMAZIONE?

Vediamo una realtà, la accettiamo e la viviamo come tale. Ma cosa succede se cambiamo le prospettive?

Non è facile accantonare le convinzioni con cui siamo stati cresciuti, per ritrovare quelle con cui siamo stati creati, che sono certamente diverse.

Si tratta solo di provare ad entrare dalla porta sul retro, ma quanto è difficile allontanarsi dal flusso di persone che si stanno dirigendo verso il portone principale!

Abbiamo l’oggetto davanti a noi e dobbiamo solo cambiare angolazione per iniziare a scoprire nuovi aspetti fino ad ora ignorati di quel semplice oggetto che ci sembra essere così banale.

illusione ottica, realtà manipolata
Foto di Gesine Marwedel

Come una mela che viene colta prima di essere giunta a maturazione, così la capacità innata dell’essere umano di utilizzare la propria coscienza per vedere ed analizzare le diverse prospettive di una situazione che ci si presenta davanti, viene scartata, o meglio, oppressa molto prima di potersi sviluppare e maturare, generando di conseguenza l’imminente mancanza di empatia verso gli altri e plasmando nell’Io personale, l’idea di una verità assoluta che non è mai stata provata, ma insegnata, appresa e predicata all’infinito.

La fotografia ci mostra come da una precisa angolazione, in un determinato momento della giornata, in un determinato periodo dell’anno, un paesaggio possa mostrare la sua massima bellezza per finire in una rivista di turismo utilizzata come principale linguaggio di marketing.

Obiettivo raggiunto, quell’immagine ha catturato la nostra attenzione e andremo a visitare quel luogo con l’aspettativa di ritrovare gli stessi colori, lo stesso cielo e la stessa atmosfera, ma, il più delle volte, quando arriviamo a destinazione il paesaggio dipinto in foto è irriconoscibile e sorge in noi un amaro senso di delusione.

Altre volte invece accade il contrario, come quando vogliamo catturare la maestosità di un caldo tramonto, ma, ahimé, ci rendiamo conto che non esiste fotografia in grado di mostrare la bellezza quasi tangibile di quel paesaggio.

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Foto di Gesine Marwedel

Ma dove finisce il fascino vero e proprio esercitato su di noi da quel paesaggio e dove iniziano le modificazioni nate da aspettative, pregiudizi, fantasie ecc..?

Quanto è contaminata la nostra realtà da idee preimpostate, opinioni altrui e da quell’ “illusione ottica” di una realtà che generalmente si contrappone alla natura del nostro essere che, per un motivo o per l’altro, abbiamo imparato a ignorare completamente, soffocando quella preziosa intuizione naturale che fa parte del nostro DNA, perdendo l’istinto all’indagine, alla scoperta e alla capacità di mettere in discussione assolutamente tutto, come fa un bambino.

Gli esempi di illusione ottica sono infiniti e li vediamo ogni giorno nei film e, ancor di più, nei telegiornali che, oggi, condividono lo stesso obiettivo dell’industria cinematografica: provocare un’emozione e un’opinione.

E pecchiamo come innocenti e ignoranti nel momento in cui quell’emozione o idea diventa nostra.

In Cina, dove nelle metropoli si vive a livelli disumani, le notizie che vengono diffuse sono per l’80% positive, mentre in Occidente accade esattamente il contrario, dove si predilige un focus sull’aspetto negativo degli eventi, ingrandendoli sotto una generale illusione ottica della “realtà” di cui si parla.

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Foto di Gesine Marwedel

Un altro esempio di illusione ottica si verifica nel documentare qualsiasi tipo di manifestazione, le cui foto e video riportati sono ripresi da un’angolazione in cui magari sembra vi abbia partecipato un numero elevatissimo di persone, quando in realtà erano presenti solo una cinquantina di partecipanti.

Questa continua deformazione della realtà servitaci quotidianamente su un piatto d’argento, ci sprona a “sederci sugli allori”, ovvero a non compiere più un’indagine intellettualmente onesta di ciò che accade nel mondo manifesto. Di conseguenza la nostra capacità deduttiva, nello yoga paroksha, e la nostra capacità intuitiva, aparoksha, si atrofizzano e con queste infinite potenzialità fuori gioco, si rischia di cadere rovinosamente sotto le grinfie del fenomeno che la psicologia definisce cecità al cambiamento, che si verifica quando un cambiamento che ci si palesa davanti passa inosservato. Il cambiamento è oggettivo, visibile, ma noi non lo vediamo, perché stiamo osservando il mondo attraverso una serie di “filtri” che ci conducono dritti tra le braccia di Viparyayah, ovvero l’errata conoscenza, che si basa su di una realtà fittizia che inganna i nostri sensi. O meglio, sono i nostri sensi ad ingannarci.

Il tipico esempio riportato dai testi indiani è quello di scambiare una corda per un serpente, errore generato da un’errata collaborazione tra nama (nome), rupa (forma) e circostanza: quindi siamo nel bosco, vediamo una corda che ci fa evocare l’immagine di un serpente, e subito entriamo in un preciso e velocissimo stato di allarme che sconvolge il nostro piano emozionale, producendo paura, adrenalina, ecc. Se scapperemo subito a gambe levate, si materializzerà in noi la credenza di aver visto un serpente, e sotto l’influsso di questa convinzione, plasmeremo la nostra realtà presente e futura.

Ma attenzione, non si tratta di un inganno, bensì di una distorsione della realtà che altro non è che una fotografia, un’illusione ottica della quale ogni essere umano ha una prospettiva diversa e, alla luce di ciò, è essenziale sviluppare un’apertura mentale che ci permetta di unirci per avere una prospettiva generale più profonda, se l’obiettivo comune è quello migliorare il nostro stile di vita e noi stessi, confluendo verso una significativa evoluzione.

Le foto presenti in questo articolo sono opera di Gesine Marwedel, che attravero il bodypainting crea suggestive illusioni ottiche: Clicca QUI per saperne di più!


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